Che ci faccio qui? Che ci faccio qui, a casa mia? Che ci faccio a Misterbianco?

Bruce Chatwin – probabilmente il più grande narratore-viaggiatore della letteratura contemporanea – si chiedeva: «Che ci faccio qui?». Era la domanda che poneva a sé stesso ogni qualvolta raggiunta una tappa del suo viaggio, segno di un’inquietudine che diventava di per sé ragione di un moto continuo.
La domanda di Chatwin, nell’età dei viaggi low-cost, dell’accesso di massa alla mobilità ma anche di una crisi di prospettiva seconda solo al primo dopoguerra, passa fatalmente di mano oggi dai viaggiatori agli stanziali: che ci faccio qui, a casa mia? Che ci faccio a Misterbianco? Tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del Terzo millennio la risposta a questa domanda è stata la cifra di una generazione: vuoi per motivi professionali, vuoi per ragioni di studio, vuoi per una naturale fame di “grandi spazi”, vuoi per un ottimismo diffuso nell’ascensore sociale centinaia di giovani misterbianchesi hanno intrapreso distanti da casa il proprio percorso. Domanda, questa, che si è posto a suo modo anche chi scrive, all’età di venticinque anni, dieci anni fa. Non è stata, e continua a non esserlo, una separazione indolore. Al di là della comprensibile mozione degli affetti, quella con la propria casa, con la propria comunità col tempo rimane una frattura scomposta, qualcosa di più complesso dei ricordi e basta. Ed è una frattura che rischia di lasciare il segno se, in qualche modo, non si esercita su questa il lento e faticoso lavorio della ricomposizione.
Lo dice la più giovane della dinastia Le Pen, Marion Maréchal: abbandonare il proprio concetto di cittadinanza oggi può significare domani accettare di diventare “da cittadini di un luogo a stranieri in ogni posto”. Nella vacuità di una società che sta liquidando contrafforti sociali senza dare in cambio alcuna opportunità ci si accorge, allora, che l’identità non è – anche per chi non l’ha mai pensato – un feticcio, un freno, una sovrastruttura. L’identità, al contrario, può rappresentare un tonico, è l’epifania dell’irrazionale che può rovesciare la piramide di un sistema che non contempla il gesto spassionato, l’azione civile e, perché no, il sacrificio impersonale in nome di qualcosa.
Ecco, nella separazione ti accorgi di questo: di una ricchezza riposta – fatta anche di umanità, di un sistema di solidarietà tradizionale all’avanguardia rispetto alla solitudine generalizzata di molte “metropoli” – alla quale appartieni e che rappresenta un valore aggiunto, un sostrato impermeabile alle scorie di una crisi che ha destrutturato la società del benessere, figlia di un’illusione fallace e ormai scemata. Ecco che comprendi allora come la corsa non ha senso se non è staffetta: se non è fatta assieme. Se prendere il testimone sottintende una corsa è altrettanto vero, allora, che qualcuno prima di te ha portato fino a qui il messaggio. E ricongiungersi al messaggio significa conoscere la pietra su cui è tracciata la vicenda della tua stirpe.
Ecco perché riportare ciclicamente a casa l’esperienza accumulata fuori, ridonare ciò che si è avuto è un processo dinamico che può e deve portare sviluppo e concretezza. Ecco perché a quella domanda – «che ci faccio qui?» – sempre più spesso oggi si trova una risposta. Sono qui perché, ovunque sia, questa resta casa mia. Perché a casa mia ogni viaggio inizia e qui si conclude.

Antonio Rapisarda
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Antonio Rapisarda

Antonio Rapisarda, classe ’80, misterbianchese nato a Catania da dieci anni di stanza a Roma, ma misterbianchese resta. Dopo una laurea in Lettere ha scelto di complicarsi ulteriormente la vita scegliendo di diventare un giornalista. Per professione segue la politica ma di formazione e vocazione è un appassionato segugio dei fenomeni identitari. Detto ciò una cosa sana la fa: suona in una indie-rock band.

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