Il Movimento che si fa Partito da "Il Tempo", l'analisi di Antonio Rapisarda su 5stelle e vicende giudiziarie

Antonio Rapisarda da “Il Tempo” di oggi, venerdì 13 maggio
nogarin
Quel grido «O-ne-stà, o-ne-stà», scandito un mese fa al funerale di Gianroberto Casaleggio, non sta decisamente portando bene alla truppa. Da “caso” a “caso”, infatti, inizia a diventare un’addizione la questione giudiziaria targata 5 Stelle. E se da Quarto a Livorno sono passate settimane, dalle grane del sindaco livornese Filippo Nogarin a quelle dell’omologo di Parma Federico Pizzarotti sono trascorsi solo cinque giorni: un vero e proprio stress test per la tenuta nervosa dei grillini alle prese con la campagna elettorale e con il “derby” sulla legalità con il Pd. In tutte e due i casi si tratta di avviso di garanzia: Nogarin, indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nell’inchiesta sull’Aamps, l’azienda dei rifiuti controllata dal Comune; Pizzarotti, sotto indagine per abuso d’ufficio assieme all’assessore alla Cultura Laura Ferraris per la nomina di Anna Maria Meo a direttore generale del Teatro Regio e di Barbara Minghetti consulente per sviluppo e progetti speciali. Certo, in queste ore gli esponenti del MoVimento lamentano un’eccessiva attenzione mediatica rispetto alle gravi accuse che da anni riguardano gli avversari politici a tutti i livelli. È pur vero, però, che la collezione delle interviste e delle dichiarazioni dei vertici grillini è impietosa. Ieri, ad esempio, si richiamava all’attenzione quella del 3 aprile del 2015 a La Stampa, nella quale il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio sosteneva che l’abuso d’ufficio è «un reato grave, se sei indagato stai fermo un giro». Insomma, se nello Stato di diritto l’avviso di garanzia è una misura a tutela dell’indagato, nel regno dei seguaci di Beppe Grillo, almeno con gli altri, è stato sempre l’equipollente “morale” di una condanna. Eppure, come hanno ribadito velenosamente i dirimpettai del Pd (a loro volta alle prese con la “questione morale” all’epoca del renzismo), l’incendiario dogma pentastellato sembra aver trovato un argine nella declinazione tutta grillina del garantismo: «Gli avvisi di garanzia non devono essere usati come manganelli», ha ribattuto ad esempio Virgina Raggi, con un’uscita dal taglio vagamente berlusconiano che ha scatenato più di un mal di pancia tra i membri del direttorio. Un giustificazionismo a corrente alternata, questo, che non convince appieno i sostenitori del MoVimento. Lo stesso Andrea Scanzi, penna del Fatto Quotidiano e volto televisivo vicino alle loro istanze, ha messo ieri il dito nella piaga: «Se tu fino a ieri hai detto e urlato che “chi è indagato deve dimettersi”, presti poi il fianco alle facili critiche di “doppiopesismo”». E in effetti – come è avvenuto a Livorno – anche con Pizzarotti è andata in scena la neo-versione garantista: «La magistratura sta verificando se Pizzarotti ha seguito correttamente la procedura – hanno spiegato prudentemente dal direttorio -. Come sempre, se dovesse emergere una condotta contraria alla legge e ai principi del Movimento 5 Stelle chiederemo un passo indietro». Materiale ghiotto, i “se” e i “ma”, per gli avversari di sinistra e di destra che non hanno fatto mancare ieri ironie («Pizzarotti stella cadente») e addirittura la lezione morale targata Fabrizio Cicchitto: «Adesso tocca a Pizzarotti. Si vede che l’ossessione giustizialista portata alle estreme conseguenze dal Movimento 5 Stelle finisce col colpire tutto e tutti, adesso anche gli amministratori locali grillini». Che tutto questo, poi, avvenga proprio con Pizzarotti, il primo sindaco di una grande città per il M5S da tempo in rotta con i vertici e con Beppe Grillo in particolare (dal caso dell’inceneritore alle regole interne al MoVimento), è elemento di ulteriore frustrazione da quelle parti. Non solo, infatti, Pizzarotti, a differenza di Nogarin, spiegando come l’indagine sia un «atto dovuto», ha rivendicato di andare avanti «senza esitazione». Lui stesso, poi, ha difeso Rosa Capuozzo, il sindaco di Quarto, che seppure non coinvolta in alcuna indagine (sul presunto scambio di voti con la camorra), ha disatteso l’ordine del MoVimento, ossia le dimissioni, rimanendo alla guida del Comune. I 5 Stelle, insomma, sono giunti alla prova delle prove: ammettere o no la questione morale? I maligni sospettano, infatti, che il Movimento 5 Stelle somigli sempre di più a un partito come tutti gli altri: online votano ormai ben poco, sempre più di rado ricorrono allo streaming e adesso iniziano pure a non far dimettere gli indagati. Mancherebbe a questo punto solo il Congresso….

Antonio Rapisarda
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Antonio Rapisarda

Antonio Rapisarda, classe ’80, misterbianchese nato a Catania da dieci anni di stanza a Roma, ma misterbianchese resta. Dopo una laurea in Lettere ha scelto di complicarsi ulteriormente la vita scegliendo di diventare un giornalista. Per professione segue la politica ma di formazione e vocazione è un appassionato segugio dei fenomeni identitari. Detto ciò una cosa sana la fa: suona in una indie-rock band.

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