Ancora su Fuoco, Fede e Amore/Foglio di Sala Una "prefazione" allo spettacolo firmata Antonio Rapisarda

Dal foglio di Sala di “Storia di Focu, di Fidi e d’Amuri” pubblichiamo la “prefazione” allo spettacolo sulla storia di Misterbianco, curata dal nostro collaboratore e amico Antonio Rapisarda.

 

Cunvingiti: di ccà non nni scugnamu, cantano in coro i misterbianchesi piantando i piedi sopra le rovine dopo l’esodo, rivolti all’Etna sì ma anche ai signori, ai burocrati, al mondo intero. È un grande romanzo di “fondazione”, un’operazione di sangue e suolo, di lingua e di trasmissione, questa Storia di focu, di fidi e d’amuri. È un’operazione d’arte ma soprattutto di mitopoiesi identitaria, perché – contravvenendo a una certa vulgata che ammoniva come «Misterbianco non ha storia e non ne avrà mai» – riesce ad innestare il racconto collettivo nella dimensione epica che la storia, da sola, non ha mai avuto la forza di imprimere.

Il risultato? Un grande affresco di popolo che, con la stessa tenacia che ha visto i discendenti ossessionati dalla ricerca del proprio passato celato sotto la furia dell’eruzione, fa riemergere una vicenda che, per la ricchezza dell’intreccio e per i valori che si riconoscono, sembra davvero un romanzo d’avventura.

Non solo. Nella narrazione di un avvenimento eccezionale come l’eruzione del 1669, che ha stravolto morfologia e storia patria nel catanese – racconto rielaborato magistralmente da un aedo come Mimmo Santonocito -, morte e rinascita di una comunità si incrociano con le grandi direttrici della classicità e con le sfide proprie dell’uomo moderno. La vicenda di Misterbianco allora – comunità che ha visto strappata dalla forza elementare del vulcano la propria terra – diventa qui, allo stesso tempo, manifestazione sensibile e racconto allegorico di una sofferenza e del riscatto che procede da questa; e ambedue devono vedersela tanto con l’opera e gli arbìtri dell’uomo quanto con quelli, esiziali, della natura.
È l’antefatto, il piano “politico” della vicenda proposta dalla Storia, a rappresentare la cornice dentro la quale si muovono i protagonisti: la lotta dei misterbianchesi per l’emancipazione dalla sottomissione a Catania e alla dominazione spagnola, contro l’abuso, l’autoreferenzialità delle caste al potere. Qui si evidenzia l’afflato di una comunità laboriosa che si affida alla Provvidenza ma è capace di individuare obiettivi e strategie più che terrene per ottenere la libertà. Una conquista, l’indipendenza dell’allora casale, dove la rivendicazione economica – dopo l’atto di violenza di cui fu vittima un giovane compaesano – evolve in un moto più complesso, in un’adesione a un certo modo di essere comunità, che troverà nella grande tragedia collettiva il collante.
È nel conflitto con la natura infatti, quella che per Giacomo Leopardi era madre e matrigna, che i misterbianchesi dovranno affrontare la prova più importante: quella che metterà in discussione la loro stessa prosecuzione come comunità cittadina. La calamità naturale – quella che nel teatro greco si chiama peripéteia, l’evento imprevisto – proprio sul più bello li rende da stanziali a profughi, scippa loro i frutti del duro lavoro, le vigne, le coltivazioni di gelso bianco, li costringe a mesi di peregrinazione alla ricerca di una terra dove poter impiantare case e chiese.
Eppure la fede e l’amore risulteranno forti almeno quanto il fuoco sputato contro i suoi figli dalla montagna. È la fede che non farà disperdere un popolo – confortato e guidato dagli uomini di Dio che in questo testo risultano determinanti al pari dei fondatori – ma saranno le braccia degli uomini a dare corpo al tocco delle campane salvate dalla distruzione e a richiamare, a “orientare”, coloro i quali si erano smarriti per paura e disperazione. Ed è l’amore – per la propria terra – che si rivelerà infine più forte delle divisioni interne (con un nucleo di misterbianchesi che seguirà padre Leocata andando a fondare il Borgo a Catania) e che permetterà ai coloni di benedire lì la storia d’amore che testimonia la rinascita e assicura la continuità.
Un po’ Eneide, un po’ Odissea, un po’ romanzo verghiano (con il motivo dei “vinti” che qui diventa, almeno per una volta, “dei vincitori” e dei ricostruttori) Storia di fidi, di focu e d’amuri è anche il frutto di un lungo lavoro sui documenti, sulle testimonianze: sigillo di una storia che è andata proprio così ma che aveva bisogno di una celebrazione, della prova dell’arte. «È stata frutto di un’urgenza questa Storia: quella di fermare queste immagini che apparivano durante le ricerche», spiega non a caso l’autore che ha coltivato e maturato l’opera per trentacinque anni. E a questa riuscita – assieme a Mimmo Santonocito – hanno contribuito, perché ci hanno creduto da subito appena “scovata” l’opera, due autoctoni d’eccezione: la sensibilità e lo sguardo mai banale sugli aspetti umani della storia incarnati da una regista, innovatrice nella tradizione, come Nadia Trovato e quel talento visionario, vero e proprio “vulcano” di volontà, rappresentato da Massimo Costanza, produttore e costruttore d’arte. E adesso sono più centoventi i misterbianchesi a potere in scena e a cantare le gesta della propria Storia. A confortare con lacrime di gioia quella pietra di fuoco scolpita, la propria città.

Antonio Rapisarda
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Antonio Rapisarda

Antonio Rapisarda, classe ’80, misterbianchese nato a Catania da dieci anni di stanza a Roma, ma misterbianchese resta. Dopo una laurea in Lettere ha scelto di complicarsi ulteriormente la vita scegliendo di diventare un giornalista. Per professione segue la politica ma di formazione e vocazione è un appassionato segugio dei fenomeni identitari. Detto ciò una cosa sana la fa: suona in una indie-rock band.

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