Referendum, ZeroWaste Sicilia: “L’Accozzaglia dei NO contro i ‘Padroni’ del Sì… una scelta di Classe?” Riceviamo e pubblichiamo una nota stampa inviataci da Anna Bonforte (ZWS)

Riceviamo da Zero Waste Sicilia e pubblichiamo:

È vero, chi ha deciso, come noi, di votare NO si trova ad essere banalmente considerata un’accozzaglia improbabile tra santi e reprobi, Anpi e Casa Pound, fascio-leghisti e comunisti, magistrati e persino condannati (..ma qui non si capisce a che titolo, i giornalisti, abbiano chiesto ad uno interdetto dai pubblici uffici, Cuffaro , per cosa voterebbe, visto che non può votare!… come chiedere a Jack lo Squartatore cosa pensa del femminicidio, boh… ma davero davero è un’opinione rilevante?).

Stiamo tutti insieme, quelli del NO, ma ognuno/a per sé, a suo modo, è contro la proposta di riforma Boschi/Renzi di modifica della Costituzione italiana come pubblicata in Gazzetta n. 88 del 15/04/2016. La ragione è giuridica, l’ha spiegata bene il professore A. Cariola, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università di Catania, all’incontro organizzato da Attiva Misterbianco lo scorso 22/10/2016 allo Stabilimento Monaco.

L’art. 138 della Costituzione al secondo comma prevede espressamente: “Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o 500mila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi”.

Non è un referendum “confermativo”, come viene impropriamente definito, bensì “oppositivo”.

Vi ricorre chi, non essendo d’accordo con la riforma votata a maggioranza assoluta e non qualificata dei 2/3 del Parlamento, ritiene di doversi opporre all’entrata in vigore entro tre mesi, se non ne fanno richiesta 1/5 dei parlamentari, 500.000 elettori, 5 Consigli regionali, insomma , non c’è il quorum ma serve a cassare/abrogare una norma esistente (pubblicata in gazzetta) che non può entrare in vigore se non approvata (o respinta) dalla sovranità popolare.

Il senso evidente della volontà del legislatore costituente, quello del ’46, era dunque una clausola di salvaguardia delle minoranze per chi si opponesse ad una riforma non assistita da maggioranza qualificata, dunque non largamente condivisa.

È per questo preciso motivo che noi del No, da sinistra a destra passando per il centro, non abbiamo bisogno di altro collante che le semplici e molteplici ragioni del No, di chi si oppone ad una riforma anche se il giorno dopo litigherà su qualunque altra questione: non dobbiamo formare un governo o una maggioranza, dobbiamo semplicemente decidere del patto costituzionale che dovrebbe unire e non dividere sulle regole comuni.

Ora, se il fronte del NO è il più eterogeneo di sempre, visto che il referendum è oppositivo, dall’altro lato la compattezza del fronte del Sì, lungi dall’essere spiegata dai motivi giuridici della riforma, è sostanzialmente legata a mere questioni di ‘classe sociale’ d’appartenenza, otre ad essere avversata dalla stragrande maggioranza dei costituzionalisti, spesso per pure ragioni tecniche (.. mal scritta; organismo parlamentare non legittimato se non all’ordinaria amministrazione dopo la sentenza della C.C. n.1/2014, cioè potevano fare la legge elettorale ma non una riforma costituzionale; la proliferazione/segmentazione/differenziazione dei procedimenti legislativi).

Chi sono i Padroni del Sì? Stanno fuori dall’Italia, in genere, la riforma è stata infatti dettata dalla J.P. Morgan che già nel 28/05/2013 http://culturaliberta.files.wordpress.com/2013/06/jpm-the-euro-area-adjustment-about-halfway-there.pdf chiedeva fossero stravolte le carte costituzionali “troppo socialiste” nate dopo la seconda guerra mondiale.

Votano, invero, compattamente Sì: le banche, la maggioranza di governo (..of course), Confindustria con i suoi Marchionne con la residenza all’estero, le multinazionali dei fondi d’investimento e le élite (Briatore e i suoi millionarie) che guadagnano dalla stabilità dei mercati, unico indice di cui si interessano, insieme alla velocità d’approvazione delle pessime leggi come quelle di riforma delle pensioni, del mercato del lavoro e della scuola, approvate tutte in media, con tempi dai 19 ai 45 giorni, proprio per non dare il tempo di capire (e spesso ad agosto) e sotto la minaccia del voto di fiducia del governo di turno (Monti, Letta, Renzi) che letteralmente espropria qualunque mediazione parlamentare in genere sotto minaccia d’elezioni.

Si dice che la modernizzazione passa per l’abolizione del bicameralismo perfetto, farraginoso, lento, ma è grazie al bicameralismo paritario che non è stato approvato il ddl Calabrò (proposto sotto l’emozione del caso Englaro), che rendeva nulla la volontà espressa dal malato e costringeva all’alimentazione forzata anche per via venosa, prolungando anche lungamente le sofferenze dei moribondi.

È grazie al bicameralismo paritario che Berlusconi non è riuscito a realizzare interventi devastanti, come il ddl Biondi (eliminazione dell’arresto cautelare per i reati di corruzione e concussione), come il ddl sulle intercettazioni, che avrebbe impedito ai giornali di informarci sulle vicende giudiziarie di uomini politici, avrebbe consentito le intercettazioni solo per i reati di mafia e terrorismo, e avrebbe permesso alla polizia di fare indagini per 6 mesi (comprese intercettazioni, che poi sarebbero state distrutte) senza bisogno di informare e avere il placet del magistrato.

La riforma costituzionale, nominalmente, non cambia i poteri del Presidente del Consiglio, ma fa in modo di abolire tutte le forme di garanzie e di bilanciamento che ne ostacolano il potere diretto, il cui rafforzamento è dettato dall’essere il capo di una maggioranza imposta per legge, dall’Italicum, legge elettorale che stravolge la rappresentanza e assicura una maggioranza a chi non ce l’ha nel paese e che verrà presto dichiarata incostituzionale, come il Porcellum da cui discende (…lo so, non ho la palla di vetro, ma accetto scommesse, dal caffè in su..).

Il presidente del Consiglio a capo di una maggioranza devota, perché nominata (almeno il 60%), potrà imporre la ‘data certa’ all’iter parlamentare delle ‘sue’ leggi per la realizzazione del programma (art. 72 c.6), e così facendo estinguerà, nei fatti, il ricorso ai decreti legge, che verranno ampiamente superati, restando comunque da giustificare secondo necessità ed urgenza, proprio perché potevano essere suscettibili di non essere convertiti entro i 60 giorni (…ricordo per tutti il decreto IMU/Bankitalia in cui per la prima volta si usò improvvidamente ‘la ghigliottina’ alla Camera nel febbraio 2014…. cedendo una prerogativa costituzionale del parlamento in favore del governo quando il potere legislativo compete al parlamento, cacchio!).

Indimenticabili le polemiche per lo stravolgimento per i regolamenti parlamentari su emendamenti, canguri, supercanguri, tagliole dei tempi e tutte le tecniche classiche di ostruzionismo parlamentare che diventano superflue quando la maggioranza ce l’hai assicurata per legge e deve esprimersi a data certa entro 70 giorni, sempre per legge.

Ma se e quando sarà approvata questa pessima riforma, ci ritroveremo nel regno del superamento della ‘separazione dei poteri’ di Montesquieu (#ciaone, direbbe qualcuno).

Il potere esecutivo che dovrebbe limitarsi ad attuare le leggi in realtà esproprierà ampiamente il parlamento del potere legislativo, e mentre tuttora, durante il governo Renzi, restano sospesi ben 621 decreti attuativi (di cui circa 200 dei governi Monti e Letta) delle riforme legislative di cui abbiamo detto (pensioni, lavoro, scuola, leggi di bilancio) http://www.linkiesta.it/it/article/2016/09/23/il-cambiamento-e-solo-sulla-carta-mancano-allappello-621-decreti-attua/31785/ il governo futuro, da chiunque sarà composto, e la sua maggioranza fittizia nomineranno anche parte dei giudici della Corte Costituzionale e, dal settimo scrutinio in poi, anche il Presidente della Repubblica con la maggioranza dei soli ‘presenti’ in aula!

Si grida all’autoritarismo, meglio, al neocentralismo non democratico, non per il rischio attuale, ma perché le norme costituzionali debbono essere pensate (e pesate) per i ‘giorni di follia’, quelli in cui può succedere che ad essere eletti non siano i ‘principi illuminati’ che allargano i diritti del popolo, ma quelli in cui il popolo stesso, è già accaduto, elegge i ‘pazzi-despota’ che non hanno coscienza e alcun contropotere ‘scolpito nella pietra’ ad impedire che facciano del male a se stessi e all’intero Paese contemporaneamente (ognuno ci legga i suoi pazzi..).

La sovranità appartiene al popolo ma il popolo non potrà esercitarla per votare senatori/trici, anche solo baby (..potranno essere eletti senatori/trici i/le diciottenni) e dopolavoristi (una volta ogni 20 giorni andranno a Roma); e ancora il popolo non potrà votare i consiglieri alle Province, che vengono abolite solo formalmente, ma restano comunque come città metropolitane con le stesse competenze di prima, così come non vengono aboliti i costi del Senato che comunque si occuperà di un bel po’ di leggi europee, costituzionali e di bilancio (… e dunque perché non è stato abolito del tutto, se si voleva semplificare?)

Però ad occuparsene saranno 74 consiglieri e 21 sindaci, ancora non si sa scelti come ( manca la legge, e per le 5 regioni a Statuto speciale ci vorranno ben 5 riforme costituzionali..), e ancora 5 senatori, non più a vita, saranno nominati dal Presidente perchè illustrano la Patria per altissimi meriti…. ma “scadono” dopo 7 anni… (perché i loro meriti sono come la mozzarella… va consumata fresca..) e tuttavia integrano il nuovo Senato che invece dovrebbe rappresentare le ‘autonomie territoriali’, motivo per cui sono state abolite, almeno formalmente, le materie concorrenti, quelle in cui Stato e Regioni legiferavano parallelamente, ma vedremo con quale sacrificio per i cittadini.

Un pasticcio. Contraddizioni dettate chiaramente dal fatto che nessun tacchino/senatore decide di essere spennato a Natale… e Bertoldo non troverà mai l’albero a cui farsi impiccare.

Certo se si fosse scelta la via maestra di ridurre tutti i parlamentari, Camera e Senato, o anche solo le loro indennità, avrebbero potuto meglio giustificare l’insensatezza di questa riforma che cambia surrettiziamente la forma dello Stato da Repubblica parlamentare (…l’art 139 della Costituzione non revisionabile) a Premierato che non è neanche il semi presidenzialismo alla francese o all’inglese, dove la rappresentanza è fortemente sacrificata alla governabilità, ma, appunto, i nostri principi costituzionali dicono l’esatto opposto, privilegiano la rappresentanza alla stabilità per ragioni storiche che non sono ad oggi superate: i pazzi furriano ancora in mezzo a noi, ed avere un bilanciamento dei poteri è doveroso, necessario, per questo il mio voto non è contro l’attuale governo ma di precisa salvaguardia del mio futuro democratico, e da chiunque domani arrivi al potere, salvaguardia che questa riforma non consente.

Aggiungo, che per chi temesse impasse istituzionali del dopo voto vittorioso per il NO, che non c’è alcun vuoto legislativo, nè sul fronte elettorale perché anche in assenza dell’incostituzionale Italicum, la legge elettorale uscita dalla riforma della Corte Costituzionale nel 2014, il Consultellum, è legge vigente dello Stato, né sul fronte parlamentare perché le eventuali dimissioni del Governo che non volesse ‘galleggiare’, non sono il giudizio di Dio, ma la normale procedura dello stato di necessità in cui il Presidente della Repubblica incarica un nuovo premier alla ricerca della maggioranza parlamentare che riscriva solo la legge elettorale che, pur vigente, è sempre il frutto di una correzione dell’alta Corte, non della rappresentanza parlamentare, per poi andare finalmente a votare.

Poi, da ultimo ma non meno importante, c’è una ragione giuridica e personale al tempo stesso.

Riguarda un mio convincimento profondo, maturato in tanti anni di attivismo politico referendario (dalla legge 40/2004 in poi al referendum sull’acqua e il nucleare del 2011) e di promozione delle leggi di iniziativa popolare di cui sono stata prima firmataria, sia a livello nazionale (Rifiuti Zero, verso una società sostenibile) che regionale, la prima sull’acqua in Sicilia “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque” che è diventata legge reg. n.19 del 11/08/2015.
Ho raccolto più firme che soldi in questi anni, non me ne lamento.

Ma se da 50.000 ne devo raccogliere 150.000 per le legge d’iniziativa popolare (la cui calendarizzazione certa dipende da regolamenti parlamentari che non ci sono!), e da 500.000… a 800.000 per abrogare una norma, eppure il quorum non scompare e viene solo ridotto alla metà dei votanti delle ultime elezioni politiche, allora, il legislatore attuale mi vuole MORTA, oppure, semplicemente, mi vuole rassegnata a casa, altro che rafforzamento della democrazia diretta.

L’esercizio della democrazia partecipativa inizia dal basso, dai cittadini e dalle cittadine che decidono di riappropriarsi del loro territorio e delle loro scelte sui beni comuni da lasciare alle generazioni future, e nonostante la riforma sul titolo V della costituzione nata nel 2001, allora, non sia stata ben fatta, essa ha stratificato, nel frattempo, ben 14 anni di giurisprudenza e dottrina a colpi di sentenze della Corte Costituzionale di volta in volta chiamata a dirimere il conflitto d’attribuzione sulle competenze tra Stato e Regioni sulle materie “concorrenti” e su quelle residuali tolto l’intervento primario delle leggi statuali.

Nel 2016 si è ormai addivenuto ad un faticoso ‘saggio’ equilibrio in base al quale anche su materie come l’energia, per esempio, nonostante si tratti di materia di competenza statuale, la Corte Costituzionale riconosce alle Regioni il diritto di essere coinvolte con un’intesa senza la quale non si può procedere nella vita dei territori all’applicazione della decisione dello Stato che deve dunque concordare con esse le scelte finali.

Negli ultimi decenni per ben 5 volte i Governi hanno varato leggi che prevedevano il silenzio-assenso per le Soprintendenze, e per 5 volte la Corte Costituzionale ha dovuto sentenziare l’inapplicabilità del silenzio-assenso ai beni ambientali e culturali.

Questa realtà positiva, di diritto acquisito a favore del principio di sussidiarietà e di responsabilità di chi è più vicino alle popolazioni che poi soffrono realmente le scelte calate da Roma, verrà completamente spazzato via dalla “clausola di supremazia” (art 117 comma 4) http://altreconomia.it/regioni-la-nuova-costituzione-riconosce-allo-un-potere-supremo/
in base al quale per la tutela dell’unità giuridica ed economica (e dell’interesse nazionale!) tutte le materie di interesse strategico (guarda caso proprio quelle su cui l’interesse politico della Sicilia non coincide o confligge apertamente con quelli della penisola) potrebbero essere avocate a sé dal governo centrale, svuotando di fatto qualsiasi pulsione all’autogoverno della Sicilia (vedi Patto per il Sud, rinuncia al contenzioso tributario e inceneritori).

A nulla vale, se non temporalmente, l’indicazione che la clausola di supremazia sia espressamente esclusa dalla legge di riforma (art 39 c.13) per le regioni a statuto speciale: è chiaro che dopo l’indebolimento costituzionale del altre regioni non potranno essere lasciati intonsi gli Statuti Speciali di cinque ‘super-regioni’ dentro uno Stato ri-centralizzato.

Non lo voglio l’inceneritore sotto casa (e mi dispiace per i/le connazionali che ne subiscono uno), non la voglio una centrale nucleare o la discarica dei rifiuti radioattivi, non lo voglio il Muos a Niscemi, non lo voglio il Ponte sullo Stretto, l’unica ‘grande opera’ da finanziare subito è la messa in sicurezza dei nostri territori dal rischio sismico: adesso, now, uora uora, ppi subbitu, do you understand? E voglio poterlo gridare il prossimo 02/12/2016 al Presidente Crocetta che verrà a Misterbianco.

Voteremo NO, ognuno/ognuna per le sue sacrosante ragioni, la battaglia per il “NO”, almeno per come la intendo io, è una battaglia per riaprire una faglia di conflitto sociale, non certo per coltivare la memoria di un passato che non tornerà e da cui la nostra Costituzione risulta sostanzialmente inattuata “grazie” a globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia (fervorosamente aiutate da Corti europee e Corti nazionali).

Il mio NO è dunque un NO di ‘classe sociale’: sto con gli studenti, i precari, i poveri (di tutte le età) e i disoccupati deprivati ed impoveriti dalla riforma dell’articolo 81 della Costituzione (guarda caso non messo in discussione dall’attuale governo su ben 47 articoli riformati…) quella che ha consentito, in soli 6 mesi e doppia lettura nell’aprile 2012, che il pareggio di bilancio diventasse la stella polare delle politiche economiche del nostro paese, impoverendo a forza di riduzioni al welfare e ai servizi pubblici locali i diritti accessibili a larghe fasce della popolazione che vivono al di sotto della soglia della povertà, che non si curano più, che decidono di andare all’estero dopo che sono stati formati in Italia, fuori dalla quale trovano miglior fortuna ed immediato riconoscimento nel merito e gratificazione nel compenso.

Attenzione dunque alle riforme costituzionali, soprattutto a quelle che inneggiano al cambiamento, senza aggettivi, quando, come in questo caso, il cambiamento è palesemente un arretramento dei diritti di tutte e tutti.

Preferisco essere confusa/fraintesa con le mie ragioni di merito con l’Accozzaglia del NO Sociale per l’attuazione della nostra Costituzione piuttosto che intrupparmi irresponsabilmente con i ‘Padroni’ del Sì, pronti a correre sempre in soccorso del vincitore.

Anna Bonforte
Zero Waste Sicilia
Territori per il NO#DecidiamoNOi

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